Ho quasi finito di leggere questo libro dedicato alla vita e alle opere di Tina Modotti. Una recensione di solito la si scrive dopo aver terminato la lettura ma ciò di cui voglio parlare non è il mio giudizio su di esso, quanto sulla persona di Tina Modotti. Per quanto riguarda il libro, è presto detto: l’ho trovato appassionante, ben scritto, emozionante e davvero preciso. Soprattutto però mi ha colpita la figura di questa fotografa-guerrigliera dalla bellezza disarmante e dalle passioni incendiarie.
Passione per l’arte, per la rivoluzione, per gli uomini, per le idee. Arrivo subito al punto: donne così non ce ne sono più. Può sembrare una frase fatta, può apparire banale, eppure con il fatto che le eroine al giorno d’oggi siano le protagoniste di telefilm come Sex and the City e Desperate Housewives è un dato con il quale dobbiamo fare i conti. Tina è operaia in fabbrica a Udine negli anni ’10, attrice del muto nella Los Angeles degli anni ’20, musa del fotografo Edward Weston e amica di Diego Rivera nel Messico rivoluzionario, compagna di Julio Antonio Mella, comunista cubano ucciso davanti ai suoi occhi per conto del generale Machado, e Vittorio Vidali, agente operativo del Comintern, che la conduce con sé in Unione Sovietica negli anni ’30. Non scrivo di più, la vita di Tina è un romanzo e merita di essere letta con il fiato sospeso fino all’ultimo capitolo. Pino Cacucci, l’autore, è molto bravo a mescolare biografia e fiction, in un crescendo di emozioni.
Ma, come dicevo, l’interrogativo che resta aperto è perché oggi non siamo più in grado di trovare interessante una donna che non abbia dalla sua la propria bellezza fisica. Tina, da tutti considerata una bellezza esotica e conturbante, rifuta il cliché che tentano di attribuirle e pretendere di essere apprezzata e considerata per il suo talento di fotografa e per il suo ruolo di attivista politica. Fotografa, attenzione, non artista. L’etichetta di artista non sarà mai gradita a Tina, che preferirà sempre considerarsi “una fotografa, e niente altro”. L’attività di fotografa è per lei un lavoro, che se svolto coscienziosamente costituisce la porta d’acceso privilegiata alla denuncia sociale, intesa come la intenderà tutta la tradizione del reportage sociale nei decenni successivi. Persino l’amore, in una donna nella quale arde un fuoco si sentimenti a volte contrastanti, passa in secondo piano rispetto alla politica. A quella rivoluzione tanto cercata e tanto attesa che a Tina viene negata in Messico dopo l’espulsione e che vive poi sullo sfondo della guerra civile spagnola, che la vede combattere schierata nelle fila delle Brigate internazionali. Mella la chiamava affettuosamente “Tinissima”; ecco, io penso questo: che donne come Tina Modotti siano necessariamente donne col superlativo. E se oggi in molte si sentono più speciali e più protette da un diminutivo, io rivendico il diritto ad un superlativo per quante decidono di stare dietro l’obiettivo e non ciecamente, costantemente davanti.
10 buoni motivi per non iniziare a fumare
Di solito i 10 buoni motivi sono quelli per smettere ma dal momento che la mia esperienza in materia è alquanto blanda (per non dire inesistente) opterò per questa soluzione.
1. Se fumate, dovete andare in giro con una borsa più grande.
2. Se fumate, non potete dire ai senegalesi che cercano di vendervi accendini che non fumate. A meno che non mentiate, certo.
(3. La maggior parte degli accendini che avrete acquistato saranno peraltro molto brutti.)
4. Il tempo impiegato per fumare, nel corso di un anno, avrebbe potuto essere utilizzato per fare altre cose edificanti, come ad esempio leggere Guerra e pace o guardare tutte le serie di Veronica Mars.
5. È scientificamente provato che senza pausa sigaretta ci si laurea prima.
6. Le donne che fumano sono invariabilmente volgari.
7. Gli uomini sono sexy, è vero, ma a meno che non abbiano uno spiccata attenzione per l’igiene orale, i loro denti sono invariabilmente gialli.
(8. E comunque, per quanto si impegnino, non saranno mai sexy quanto un Humphrey Bogart.)
9. Fumare è costoso. Con la stessa somma spesa in un anno in sigarette si possono acquistare molte altre cose interessanti, tra cui abiti, libri o cofanetti delle serie di Veronica Mars.
10. Ai gatti non piacciono i fumatori. Punto.
History is herstory too
Come ogni occasione suscettibile di banalizzazione, anche la festa della donna viene ogni anno demonizzata da contestatrici più o meno radicali ma comunque subalterne alla cultura egemone. Cosa voglio dire? Che non ne posso più di sentir parlare donne che si sentono umiliate dal momento che la loro festa dovrebbe essere tutto l’anno, che preferirebbero ricevere rispetto invece che rametti di mimosa e che c’è poco da festeggiare vista la mercificazione che ogni giorno viene fatta del corpo femminile. Vorrei chiedere, a tutte queste sedicenti femministe emancipate: che cosa sapete veramente dell’8 marzo? Dal momento che esprimete un sentimento così radicale come l’umiliazione di fronte al famigerato rametto di mimosa, immagino che sappiate da quando è in uso questa tradizione, chi l’ha introdotta e perché. Suppongo conosciate la storia del movimento femminista, da Mary Wollstonecraft a Simone De Beauvoir. Di certo vi siete appassionate alla storia di Emma Goldman e avete letto con interesse Judith Butler. Il punto è: perché non sfruttare proprio questo giorno per scoprire chi era Teresa Noce e riflettere sul fatto che il problema non sono i simboli ma il modo in cui li interpretiamo? Facciamoci quindi regalare non uno ma tanti rametti di mimosa e per ciascuno di essi scegliamo un libro da leggere che ci dia gli spunti per dire qualcosa di più di quello che potremmo imparare guardando il TG1. E se proprio l’8 marzo non vi piace, scegliete un’altra data: sono certa che scoprirete che non c’è che l’imbarazzo della scelta.
Imparare a scrivere con la mano sinistra
Jerome Bruner, longevo psicologo statunitense, è autore di un libro dal titolo “Il conoscere: saggi per la mano sinistra”. Che cos’è la mano sinistra di cui parla, evidentemente in contrapposizione alla destra? Si tratta di un modello conoscitivo, appunto, non basato sulla fredda operatività della scienza ma su intuizione e immaginazione. La fantasia, la creatività del sapere “sinistro” dovrebbero accompagnare secondo Bruner il culto dell’oggettività, la prepotenza dei numeri nel mondo contemporaneo. A me sembra un’immagine bellissima. Non solo perché si sposa con l’immagine tradizionale di ciò che politicamente si intende per “sinistra”, un’atteggiamento di rivendicazione positiva e coraggiosa della propria umanità, ma anche per l’analogia con la scrittura mancina: scrivendo con la mano sinistra non si vede quello che si è già scritto ma la pagina bianca, ciò che si deve ancora scrivere. Con coraggio e fantasia.
One chip one chair
“One chip one chair” è un modo di dire del poker che significa, grosso modo, che finché davanti a te c’è anche una sola chip hai tutto il diritto di restartene seduto e continuare a giocare la tua partita. Contrariamente a quanto si pensa, il poker è un gioco estremamente performativo. Se prendiamo per buona la suddivisione di Caillois dei giochi in agonistici e aleatori ci rendiamo conto di quanto sia più vicina alla realtà una partita di poker di una corsa campestre. La verità è che la vita reale non permette ai partecipanti di iniziare la loro gara dietro la stessa linea di partenza: ne favorisce alcuni e ne sfavorisce altri, ne squalifica e ne premia in modo del tutto arbitrario. Nel poker invece la componente legata al caso, alla fortuna, ricalca le medesime modalità del quotidiano. Il buon giocatore di poker non è quello che vince ogni mano ma quello che sa attendere la propria buona occasione destreggiandosi tra carte mediocri, bluff avversari e colpi di sfortuna. Un po’ come succede nella vita vera. Se sarà in grado di non perdere la testa all’ennesimo colore battuto da un full, se accetterà serenamente la vittoria di un tris di due sulla propria coppia di assi e se non distoglierà mai l’attenzione dallo scopo principale del gioco, ovvero divertirsi, verrà certamente ricompensato. Perché, come suggerisce lo stesso Caillos, nei giochi d’azzardo i risultati ottenuti sono direttamente proporzionali ai rischi intrapresi e solo coloro che saranno in grado di mettersi in discussione la spunteranno sugli altri giocatori seduti al tavolo. E poi, anche con una sola chip si è sempre in gara. Come a dire, fuor di metafora, che non importa quante batoste si siano prese o quante se ne potranno ancora prendere: la partita per noi non è finita finché ci sono la voglia di giocare e di vincere e finché la speranza e la curiosità animano il nostro gioco.
Frivola
La stessa amica vergognosamente assente al mio compleanno ha pensato bene di chiarire per lettera che cosa pensa di me (e delle mie pretese): sono frivola ed egocentrica. La mia granitica autostima rende difficoltoso, a quanto pare, addirittura starmi accanto. Sarà. Resta il fatto che a mancare il compleanno dell’altra per stare col fidanzato non è stata quella egocentrica. Ma è l’accusa di frivolezza a incuriosirmi di più. Che cosa si intende esattamente quando si etichetta qualcuno dicendo che è “frivolo”? L’etimologia può in questo caso venirci in aiuto. “Frivolo” viene dal latino frivolus, dalla stessa radice di frio, “sminuzzare”. Una persona frivola è vana, leggera, inconsistente. Sempre da frio deriva “friabile”, che ha bisogno di minori spiegazioni. In latino, frivola erano però propriamente i cocci rotti. Una bella differenza. Non qualche cosa di per sé inutile ma qualche cosa reso inutile dalle circostanze. Non solo. Un vaso rotto rende particolarmente vulnerabile il suo contenuto. Quello che credo è che esistano due specie di persone frivole: quelle frivole in senso proprio e quelle che forse sarebbe più corretto definire superficiali. Le seconde non sono mai state rotte, il loro interesse non si rivolge alle piccole cose ma alle cose piccole. Le prime invece sono state a tal punto sminuzzate da rendere difficile distinguere il loro contenuto dal contenitore fatto a pezzi. I loro cocci rotti se li tengono stretti, con fatica e ostinazione, come ultima difesa rimasta a tutela di un contenuto che alla minima disattenzione potrebbe disperdersi, lasciandole vuote per sempre. Pensateci bene dunque, prima di bollare come frivola una persona che ne ha passate tante: potrebbe prenderlo come un complimento.
Extremely Loud & Incredibly Close
Immaginate di star leggendo un libro in cui i gatti vengono scucciolati, in cui le nonne credono in Dio ma non nei taxi, in cui i braccialetti di rubini che simboleggiano l’amore per la propria nipote siano grandi il doppio del suo polso, in cui la richiesta di un bacio venga argomentata sulla base del fatto che baciarsi è una delle attività esclusivamente umane e che quindi più baci, più sei umano, in cui il protagonista sia
Non riterreste portarne a termine la lettura una delle vostre più importanti raison d’être?
Ansia da account
Poche cose mi fanno stare in ansia quanto dover inventare un nuovo username e una nuova password. Chiunque di noi credo abbia almeno un paio di amici che si ritengono particolarmente intelligenti ad usare sempre la stessa password e che sostengono il trucchetto funga da corroborante alla loro memoria. Molto bene. Ma anche se “paperosegreto92″ suona davvero ingegnosa e sfido chiunque a dimenticarla, il problema è che spesso è l’username a risultare di difficile – se non impossibile – memorizzazione. E non necessariamente per colpa dell’incauto utente convinto che “supermanZ_yx!W” sia rappresentativo della sua identità, quanto piuttosto per l’irritante costante di molti siti che impediscono la registrazione con username già utilizzati da altri. Mi rendo perfettamente conto che se si parla di informatica le mie conoscenze sono pari a quelle di Paris Hilton in termini di economia domestica, e che probabilmente c’è una ragione semplice ed ineccepibile per cui ciò avviene, ma la puntualità con cui l’odioso fenomeno si verifica ogni volta che penso di avere il nome perfetto per quel particolare forum (nome che ovviamente altri, prima di me, hanno già partorito) è veramente insopportabile. Perché devo essere privata della possibilità di esprimere la mia identità come “carotinamagica44″? Lo trovo ingiusto e vagamente discriminatorio nei confronti di coloro che sono privi di fantasia ma non per questo intendono rinunciare alla loro autodeterminazione. Per non parlare dei suggerimenti numerici che vengono di volta in volta proposti: per quale ragione dovrei aggiungere al nome che ho scelto un “88″ e far sapere a tutti che a 24 anni suonati non ho niente di meglio da fare che passare i miei pomeriggi su internet? Senza poi considerare che quell’username ottenuto al prezzo di faticosi compromessi non può essere modificato per nessuna ragione al mondo: Mario Rossi può diventare Maria Rossi nella realtà ma guai se da “stallone65″ cerca di diventare “violettainnamorata” su PokerStars. Il punto è che nelle nostre identità virtuali ci caliamo per più tempo di quanto non vorremmo e sarebbe bello se ci rappresentassero senza costrizioni. Se la rete è davvero così democratica come dicono, dovrebbe cedere un po’ di terreno all’anarchia. Da parte nostra, ci impegneremo ad essere più fantasiosi e meno stressati.
Io sto con la servetta di Tracia
Nella mia città hanno di recente rimesso a nuovo una delle piazze principali. A completare il restauro, un’imponente scultura rossa raffigurante una “A”, a firma di un noto artista nostro concittadino. L’opera, simbolo della piazza riqualificata, ha fatto discutere. Non è piaciuta, non è stata capita. Non voglio entrare nel merito della questione, solo esprimere una profonda delusione per l’atteggiamento di coloro, soprattutto artisti, che, non sentendosi apprezzati quanto meriterebbero, attribuiscono la colpa all’ignoranza dei loro giudici. Nel Teeteto, Platone racconta un aneddoto molto interessante che vede protagonista Talete. Il filosofo, intento a osservare il movimento degli astri senza curarsi di dove mettesse i piedi, cadde in un pozzo. La scena fu vista da una servetta trace, la quale si mise a ridere e lo canzonò, dicendo che era talmente preso dalle cose che stanno in cielo da non avere l’accortezza di guardare per terra. Confesso che questo è uno dei miei aneddoti preferiti e non troverei sconveniente venisse raccontato all’inizio di ogni lezione di filosofia. Chi per passione o per mestiere passi molto tempo a speculare, non dovrebbe credo dimenticare che i successi di ogni speculazione trovano nelle attività umane la loro applicazione e, di conseguenza, non prescindono da esse. Quanti dimenticano di essere uomini prima ancora che filosofi, scienziati o, nel nostro caso, artisti, incorrono meritatamente nella derisione di servette traci, concittadini e sedicenti autrici di blog.
Il tempo cura e costa poco
Ho litigato con la mia migliore amica. Non è venuta al mio compleanno, adducendo delle scuse a dir poco discutibili. Ho sperato fino all’ultimo che cambiasse idea e mi facesse una sorpresa. Non l’ha fatto. Conclusione: umore a terra e festa in tono decisamente minore. A quel punto, ho ignorato i suoi messaggi di auguri e le ho giurato vendetta. Ma non mi ha dato neppure la possibilità di mostrarle quanto rancore le serbassi, dal momento che non si è più fatta viva fino al giorno successivo a quello del suo esame, all’incirca una settimana fa. Dovevamo incontrarci per chiarire la situazione ma altri impegni hanno avuto la precedenza per entrambe. Mercoledì, giovedì, venerdì e sabato sono passati senza una sola telefonata, un solo messaggio, una sola e-mail, un solo “Mi piace” da parte sua. E poi oggi, contro ogni possibile previsione, squilla il telefono. È lei. Parliamo del gatto che è di nuovo finito dal veterinario per una zuffa, dell’incontro di Emergency che poteva andare meglio, dei nostri impegni per i prossimi giorni. Ci scappa anche qualche risata. D’improvviso, tutta la vicenda mi pare dissolversi come una bolla di sapone e penso che ci sia una profonda saggezza nella convinzione popolare che il tempo, unito a un pigiama taglia XL e a una buona scorta di cioccolato, non possa effettivamente risolvere qualsiasi situazione.